La violenza è un fenomeno complesso e multiforme che non si esaurisce nel gesto aggressivo, ma si radica in una rete articolata di dinamiche psicologiche, sociali, culturali ed economiche.
Comprendere perché molte persone, in prevalenza donne, non riescono a chiedere aiuto o a sottrarsi a relazioni violente significa andare oltre il pregiudizio che riduce la vittima a una figura passiva o colpevole della propria condizione.
In realtà, la fuoriuscita dalla violenza è spesso ostacolata da una serie di barriere potenti e invisibili, che vanno affrontate con consapevolezza e strumenti adeguati.
- La dipendenza economica e affettiva
Uno dei principali ostacoli all’uscita da una relazione violenta è la dipendenza economica. Secondo quanto riportato da ISTAT e dalla rete D.i.Re, molte donne vittime di violenza non dispongono di reddito proprio, o dispongono di risorse insufficienti per garantire a sé e ai figli una condizione di autonomia.
La violenza economica si manifesta con il controllo del denaro, l’impedimento all’accesso a un lavoro, l’intestazione di debiti a nome della vittima o l’esclusione dalle decisioni finanziarie della coppia.
Il legame affettivo con l’abusante è un ulteriore fattore che frena la possibilità di allontanamento. Le dinamiche relazionali nelle situazioni di violenza sono spesso caratterizzate da fasi alterne di abuso e apparente riconciliazione, che alimentano speranze di cambiamento e confusione emotiva. La dipendenza affettiva è rinforzata da vissuti di svalutazione, isolamento e bassa autostima, spesso indotti dalla stessa relazione abusante.
- La paura
La paura è un’emozione primaria e fondata. Non si tratta solo di un sentimento soggettivo, ma di una condizione concreta. Le minacce esplicite o implicite da parte dell’autore di violenza, la conoscenza diretta della sua capacità di aggressione e la presenza di figli da proteggere rendono l’ipotesi di una denuncia estremamente rischiosa.
Secondo l’indagine ISTAT del 2024, molte donne non denunciano per timore di aggravare la situazione: tra le motivazioni principali vi sono proprio la paura per sé e per i figli, e il timore che i servizi non siano in grado di garantire protezione immediata.
Questo spiega anche perché, in alcune situazioni, le donne preferiscano rimanere in un contesto violento piuttosto che affrontare l’incertezza e il rischio percepito di un allontanamento.
- L’isolamento e la mancanza di una rete sociale
La violenza è spesso accompagnata da una strategia dell’abusante volta all’isolamento della vittima. Progressivamente, amici e familiari vengono allontanati, oppure la vittima è indotta a percepirli come ostili, giudicanti o incapaci di comprendere. L’assenza di una rete sociale rappresenta un ostacolo oggettivo alla richiesta di aiuto: senza qualcuno a cui rivolgersi, senza un luogo dove rifugiarsi o un supporto emotivo ed economico, l’uscita dalla violenza diventa una prospettiva remota.
Anche quando esiste una rete, il timore di non essere credute, di essere giudicate o di causare disagio agli altri può inibire la richiesta di aiuto. L’esperienza della violenza, infatti, è ancora fortemente stigmatizzata.
- Vergogna, stigma e colpevolizzazione
Uno dei pregiudizi più dannosi è quello che attribuisce alla vittima una parte di responsabilità per la violenza subita: “se resta, è perché vuole”.
Questo stereotipo ignora la complessità delle dinamiche relazionali e colpevolizza chi è già in una condizione di vulnerabilità. La vergogna di essere giudicate, di essere considerate deboli o di aver “fallito” nella relazione affettiva può impedire di raccontare quanto accade e di cercare sostegno.
La vittimizzazione secondaria è un fenomeno purtroppo ancora diffuso: capita che le istituzioni o i servizi, nel tentativo di approfondire o accertare la veridicità dei fatti, assumano atteggiamenti indagatori, sospettosi o paternalistici, che rafforzano il silenzio e la chiusura della vittima.
- Trauma bonding: il legame traumatico
Tra le dinamiche più complesse che legano la vittima all’abusante vi è il fenomeno noto come “trauma bonding“.
Si tratta di un legame psicologico che si instaura in situazioni di abuso prolungato, in cui momenti di violenza si alternano a fasi di apparente affetto o pentimento. Questo ciclo rinforza la dipendenza emotiva, creando una connessione profonda, sebbene disfunzionale, tra vittima e abusante.
La vittima può sviluppare una percezione alterata della relazione, minimizzare la gravità degli episodi, idealizzare l’abusante o attribuire a sé la colpa per la violenza subita.
Uscire da un trauma bonding richiede tempo, supporto psicologico specializzato e un ambiente protetto.
- Ostacoli nell’accesso ai servizi e protezione insufficiente
Nonostante l’esistenza di centri antiviolenza, case rifugio, numeri verdi e sportelli di ascolto, in molte realtà territoriali l’offerta di servizi è disomogenea e insufficiente.
La carenza di fondi, la frammentarietà delle competenze, la mancanza di personale adeguatamente formato possono ridurre l’efficacia delle risposte istituzionali.
Secondo i dati del Dipartimento per le Pari Opportunità, la rete nazionale dei centri antiviolenza è cresciuta, ma persistono criticità nella distribuzione territoriale, nei tempi di attivazione delle misure protettive e nell’integrazione tra i servizi sociali, sanitari e giudiziari.
In particolare, nei piccoli comuni e nelle aree rurali, l’accesso ai servizi è più difficile.
Conclusione
La fuoriuscita dalla violenza non può essere considerata una responsabilità individuale della vittima, ma un processo complesso che richiede un supporto sistemico, integrato e continuo. Superare le barriere che impediscono la richiesta di aiuto significa investire su più fronti: prevenzione culturale, potenziamento dei servizi, formazione degli operatori, costruzione di reti solidali e capaci di accoglienza.
Solo così è possibile trasformare il silenzio in parola, la paura in forza, la solitudine in solidarietà.
📞Se ti riconosci in una di queste situazioni, ti trovi in difficoltà e hai bisogno di aiuto e supporto contatta i numeri:
- 1522 – Linea nazionale antiviolenza e stalking, attiva 24/7, multilingue, gratuita da tutta Italia.
- 112 – Numero unico di emergenza (Carabinieri e forze dell’ordine).
- 113 – Polizia di Stato (in molte zone reindirizza al 112 NUE).
- 118 – Emergenza sanitaria.
- Centri antiviolenza – Rete nazionale e territoriale per ascolto, protezione e supporto. https://www.1522.eu/mappatura-1522/
- App YouPol – Della Polizia di Stato, consente di segnalare in tempo reale episodi di violenza domestica e altri reati.
- Pronto Soccorso – Accesso diretto per cure immediate e attivazione dei protocolli di protezione.
- Mappa dei consultori in Italia – Per supporto psicologico, sociale e sanitario. https://mamachat.org/mappa-consultori/
- Farmacie – In molte regioni attive come “punti di ascolto” o primo contatto.
- 800 861061 – Telefono Verde AIDS e IST, anche per chi ha subito violenza sessuale e necessita informazioni sanitarie.
Fonti e link utili per saperne di più o per approfondimenti:
DIPARTIMENTO PARI OPPORTUNITA’
