Il significato del 28 settembre
La Giornata internazionale dell’aborto sicuro, che si celebra il 28 settembre, non è semplicemente una ricorrenza simbolica, ma rappresenta un momento di mobilitazione e di analisi per le istituzioni sanitarie e i governi di tutto il mondo.
Questa giornata pone al centro del dibattito globale la necessità di garantire un accesso all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) che sia sicuro, tempestivo, dignitoso e fondato sul rispetto dei diritti umani universali.
L’interruzione di gravidanza è una delle procedure mediche più comuni e standardizzate al mondo. Nonostante ciò, la sua regolamentazione e la sua disponibilità pratica rimangono profondamente disomogenee, creando barriere che mettono a rischio la vita e la salute di milioni di donne e persone in grado di intraprendere una gravidanza.
L’analisi di questo fenomeno richiede un approccio multifocale, che unisca la prospettiva storica, i dati epidemiologici globali, l’evoluzione delle linee guida scientifiche e il monitoraggio delle politiche legislative nazionali e sovranazionali.
Origini storiche
Il percorso che ha portato al riconoscimento del 28 settembre come giornata globale è indissolubilmente legato ai movimenti per i diritti civili e riproduttivi dell’America Latina e dei Caraibi.
Nel 1990, durante il V Incontro Femminista Latinoamericano e Caraibico tenutosi a San Bernardo, in Argentina, venne lanciata formalmente la Campaña 28 Septiembre per richiedere la depenalizzazione dell’aborto in tutta la regione.
La scelta della data non fu casuale, ma legata a un forte valore storico: il 28 settembre 1871, infatti, il Brasile aveva approvato la “Legge del ventre libero” (Lei do Ventre Livre), una riforma fondamentale che dichiarava liberi tutti i figli nati da donne in stato di schiavitù. I movimenti per i diritti riproduttivi scelsero questa data per simboleggiare una nuova forma di liberazione: il diritto all’autodeterminazione sul proprio corpo.
Per oltre vent’anni la ricorrenza è rimasta radicata prevalentemente nel contesto latinoamericano. Tuttavia, nel 2011, la Rete mondiale delle donne per i diritti riproduttivi (WGNRR) ha promosso l’internazionalizzazione della giornata, trasformandola in una campagna globale.
Negli anni successivi, istituzioni internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) e il Parlamento Europeo hanno progressivamente integrato questa data nei loro calendari ufficiali, utilizzandola come piattaforma annuale per pubblicare dati aggiornati e richiamare gli Stati membri ai propri doveri di tutela della salute pubblica.
L’Impatto degli aborti non sicuri sulla salute pubblica
I dati epidemiologici elaborati e pubblicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità descrivono uno scenario globale caratterizzato da una profonda crisi sanitaria legata alla clandestinità delle procedure.
Ogni anno, a livello globale, si registrano circa 73 milioni di aborti indotti. Questa cifra indica che circa il 29% di tutte le gravidanze complessive (e il 61% delle gravidanze non pianificate) termina con un’interruzione di gravidanza.
Il problema centrale non risiede nel numero assoluto di procedure, ma nelle condizioni di sicurezza in cui esse avvengono. L’OMS stima che:
- Il 45% di tutte le interruzioni di gravidanza eseguite ogni anno nel mondo avviene in condizioni non sicure.
- Il 97% degli aborti non sicuri si concentra nei Paesi in via di sviluppo, in particolare nelle regioni dell’Africa subsahariana, dell’Asia meridionale e dell’America Latina.
- Nei contesti in cui l’aborto è completamente legalizzato e integrato nel sistema sanitario nazionale, il tasso di mortalità legato alla procedura è inferiore a 1 decesso ogni 100.000 interventi, una percentuale di rischio decisamente inferiore a quella associata al parto stesso.
Complicanze e costi per i sistemi sanitari
L’aborto non sicuro è definito dall’OMS come una procedura finalizzata all’interruzione di una gravidanza non pianificata eseguita da persone prive delle competenze necessarie e/o in un ambiente che non soddisfa gli standard medici minimi. Le complicanze fisiche derivanti da tali pratiche includono l’emorragia grave, l’infezione sistemica (sepsi), la perforazione uterina e il danno agli organi interni dovuto all’introduzione di corpi estranei o all’uso di sostanze tossiche.
Oltre all’impatto devastante sulle vite umane — l’aborto non sicuro causa tra il 4,7% e il 13,2% di tutti i decessi materni annui — vi è un enorme impatto economico sui sistemi sanitari pubblici. Ogni anno, milioni di donne vengono ricoverate per complicanze da aborto a rischio, con un costo economico stimato in centinaia di milioni di dollari per i bilanci dei Paesi a basso e medio reddito, risorse che potrebbero essere risparmiate semplicemente garantendo l’accesso a procedure legali e sicure.
L’evoluzione clinica e farmacologica
Dal punto di vista scientifico, la medicina ha compiuto passi da gigante, semplificando drasticamente le modalità di intervento. Il documento cardine della transizione clinica globale è l’Abortion care guideline pubblicato dall’OMS.
La principale rivoluzione clinica dell’ultimo ventennio è rappresentata dall’introduzione e dalla diffusione dell’aborto medico (o farmacologico), che si basa sull’uso combinato di due principi attivi:
- Mifepristone: Un farmaco steroideo sintetico che blocca l’azione del progesterone, l’ormone necessario per il mantenimento della gravidanza, provocando il distacco del sacco gestazionale.
- Misoprostol: Un analogo sintetico delle prostaglandine che, assunto a distanza di 24-48 ore dal primo farmaco, induce contrazioni uterine che determinano l’espulsione del tessuto.
Questo protocollo ha un’efficacia superiore al 95% nelle prime settimane di gestazione e presenta un profilo di sicurezza straordinariamente elevato. La facilità di somministrazione ha permesso la nascita di modelli di assistenza a distanza (telemedicina), che riducono la necessità di ospedalizzazione e facilitano l’accesso al servizio anche nelle aree rurali o isolate.
A conferma del valore terapeutico di questi farmaci, l’OMS ha inserito la combinazione di mifepristone e misoprostol nella sua Lista dei Medicinali Essenziali (EDL). Negli ultimi aggiornamenti della lista, l’organizzazione ha compiuto una scelta di fondamentale importanza politica e scientifica: ha rimosso definitivamente la nota di avviso (boxed caveat) che era stata inserita nel 2005. Tale nota limitava l’uso di questi farmaci specificando che dovevano essere impiegati solo dove “legalmente consentito e culturalmente accettabile”.
La rimozione di questa clausola sancisce che l’accesso a questi farmaci è un diritto sanitario basato esclusivamente sull’evidenza scientifica di efficacia, indipendentemente dalle decisioni ideologiche o dai codici penali dei singoli Stati.
Il quadro europeo e le barriere all’accesso
Sebbene l’Europa sia considerata una delle macro-regioni più avanzate al mondo per la tutela dei diritti civili, la situazione reale all’interno del continente — e specificamente nell’Unione Europea — mostra profonde asimmetrie giuridiche e operative. La salute sessuale e riproduttiva (SRHR) rientra nelle competenze nazionali dei singoli Stati membri, il che spiega l’assenza di una legislazione europea uniforme.
Il Parlamento Europeo, attraverso il suo servizio di ricerca (EPRS), monitora costantemente le dinamiche di accesso all’IVG, evidenziando che la legalità formale non coincide sempre con l’accessibilità reale. Le principali barriere riscontrate sul suolo europeo possono essere riassunte in tre macro-aree:
I limiti gestazionali e i periodi di attesa
I limiti di tempo entro cui è possibile richiedere legalmente un aborto variano sensibilmente. Se la maggior parte dei Paesi membri fissa il limite per l’aborto su richiesta tra le 10 e le 14 settimane di gestazione, esistono Paesi con approcci radicalmente opposti. La Polonia, ad esempio, ha progressivamente ridotto le maglie della legalità, consentendo l’aborto solo in casi estremi (stupro, incesto o pericolo di vita per la donna) ed eliminando la possibilità di intervenire in caso di gravi malformazioni fetali. Malgrado la recente apertura politica, le strutture ospedaliere polacche registrano ancora una forte resistenza all’applicazione pratica della legge.
Inoltre, dodici paesi dell’Unione Europea impongono per legge un periodo di attesa obbligatorio (che varia da un minimo di 3 giorni a un massimo di 7 giorni) tra la prima consulenza medica e l’effettiva esecuzione della procedura. Questa misura, criticata ufficialmente dalle linee guida dell’OMS, non offre alcun beneficio psicologico o clinico, ma si traduce in un ritardo burocratico che rischia di spingere la paziente oltre i termini legali consentiti per l’aborto farmacologico o chirurgico.
L’obiezione di coscienza
L’obiezione di coscienza del personale sanitario rappresenta una delle barriere più complesse e diffuse. Riconosciuta come un diritto individuale a tutela della libertà di pensiero e di fede del medico, l’obiezione si trasforma in un problema di salute pubblica quando non viene regolamentata in modo da garantire la continuità del servizio.
In diversi Stati europei, tra cui spicca l’Italia, le percentuali di medici obiettori di coscienza all’interno delle strutture pubbliche raggiungono medie nazionali estremamente elevate, superando in molte regioni il 70-80%. Questo crea intere aree geografiche scoperte dal servizio, costringendo le donne a lunghi spostamenti (la cosiddetta “migrazione terapeutica”) o a rivolgersi a canali non ufficiali, annullando di fatto il principio di uguaglianza nell’accesso alle cure sancito dalle carte costituzionali.
Risoluzioni del Parlamento Europeo
Di fronte a queste criticità, il Parlamento Europeo ha approvato diverse risoluzioni storiche negli ultimi anni, richiedendo formalmente l’inserimento del diritto all’aborto sicuro all’interno della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Le istituzioni europee ribadiscono che ostacolare l’accesso ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza costituisce una forma di violenza di genere e una violazione del diritto alla salute, all’integrità fisica e all’autodeterminazione.
Conclusioni
La celebrazione della Giornata internazionale dell’aborto sicuro evidenzia una verità supportata da decenni di studi sociali e medici: la criminalizzazione o la restrizione legale dell’aborto non ne riducono il numero complessivo, ma spostano semplicemente la procedura dalla legalità degli ospedali alla clandestinità delle strade o del mercato nero.
Per garantire la sicurezza delle pazienti, le istituzioni internazionali indicano una strada chiara: la completa depenalizzazione dell’interruzione di gravidanza, l’integrazione del servizio nei sistemi sanitari pubblici e gratuiti, l’eliminazione dei periodi di attesa e dei visti di autorizzazione terzi, e un’adeguata educazione sessuale ed emotiva nelle scuole per prevenire le gravidanze indesiderate. Solo attraverso un approccio basato sull’evidenza scientifica e sul rispetto dei diritti umani sarà possibile azzerare la mortalità materna derivante da pratiche mediche non sicure e garantire a ogni individuo la piena sovranità sul proprio corpo e sul proprio futuro.
Fonti e link utili per saperne di più o per approfondimenti:
Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS / WHO): World Health Organization – International Safe Abortion Day
Parlamento Europeo / EPRS (European Parliamentary Research Service): European Parliament Think Tank – International Safe Abortion Day Briefing
Documentazione Digitale del Parlamento Europeo: Documento PDF Ufficiale EPRS – Parlamento Europeo
